mercoledì 11 gennaio 2017

Rewind

14/5/2018

La luce va e viene in concomitanza con le scariche elettriche che Hector rilascia dai propri palmi durante gli spasmi più violenti. Dusk l'ha già rigirato, gli ha liberato le vie respiratorie e gli ha attaccato un'endovena che gli ripulisca il sangue. In infermeria il paziente aspetta mentre nella sua testa si accastellano informazioni risicate, perse in una memoria che non ha avuto il tempo di sedimentarle. 
Hector ormai ha le vene cave, vuote e fragili, ma nel cuore la voglia vibrante di vivere, che gli scorre nel petto come le scintille che pulsano tra le sue dita contratte. 
Un passo dopo l'altro, uno step dopo l'altro. Respira, inietta, vomita. 
Il verso da animale morente che arriva dal'altra stanza la costringe ad urlare un paio di bestemmie di cui si pente subito, mordendosi la lingua fino a quando non si sente in bocca il sapore metallico del sangue che finisce con lo sputare su Hector. Sul suo petto magro da adolscente troppo vecchio, troppo stanco, ma non abbastanza solo. 
È quasi un anno che se l'è presa in casa. Quasi un anno che le ha insegnato a cucire, disinfettare, liberare e iniettare. Quasi un anno di vita recuperata per i capelli e sigarette condivise in una casa che casa non lo è mai stata. 
Gnaula una preghiera appena mormorata, una supplica ad un Dio che ha insultato troppe volte.
- Da sola non sono capace. Non ho ancora in parato a tagliare. So solo cucire, hai detto che mi insegnavi a cucire.
La preghiera si fa mantra, il mantra si scioglie nelle lacrime che Dusk non sa più com non versare, fino a quado Hector torna a far illuminare tutta la stanza con un solo movimento delle dita, spalancando gli occhi e il sorriso di chi sa che c'è una vita da salvare. 
Ma anche questa volta non sarà la sua. 

09/01/2025

 La luce inonda tutta la stanza, ma gli occhi si aprono e si chiudono in concomitanza con le minacce di Jody.  Dusk l'ha già rigirato, gli ha liberato le vie respiratorie e gli ha attaccato un'endovena che gli ripulisca il sangue. Il volto glielo guarda solo di tanto in tanto, costringendosi ad affondare gli occhi in quelli vuoti di Leonard solo quando non può farne a meno. Il suo naso è troppo pronunciato, i baffi non li aveva fino a un minuto prima ed è certa che se gli spostasse il labbro rammollito dall'overdose troverebbe due denti d'oro. Molare e incisivo laterale. 
Il petto è troppo giovane per essere quello di un cinquantenne e le urla che si ritrova nelle orecchie sono sbagliate, non coincidono. 

- Se muore lui muoio io, muori tu, muoriamo tutti. 
Dusk è veloce, ha le dita abili di chi ha ficcato troppi tubi in gola per tentennare e poche parole ferme tra i denti. La voce che le ripete ogni manovra è tranquilla, gioviale.
Devi controllargli il respiro, topolino, o rischi che ti muoia senza che neanche te ne accorgi. Pensa che spasso se adesso gli becchi una delle costole che si  è rotto, una volta mi è successo.
Scrolla il capo come un grande cane bagnato, pensa di cacciare Jody dalla stanza e poi affonda l'ago nel petto di Leonard con tutta la forza che ha in corpo. È stanca, è sfibrata e ha bisogno di una sigaretta. Ha le mani impegnate e troppo bisogno dell'ossigeno che scorre artificialmente fino ai polmoni dell'uomo che sta sul lettino per accendersene una. Pensa che forse per un tiro non cambia nulla, non scoppierà in aria, e mentre pensa ordina a Jody di allontanare le mani.
 Ora devi controllargli di nuovo il battito, perché se esageri il cuore glielo spappoli. Libera, libera, libera. Che bella parola, vero topolino? 
Il petto ora è troppo vecchio, e non c'è traccia dei baffi pieni e vistosi che ricordava di aver visto. I denti sono tutti denti e gli occhi di Leonard sono solo occhi. Cerca di mandare Jody a casa, cerca di sistemare il lettino e controlla l'ora con le dita premute contro la giugulare dell'uomo che qualche giorno prima le ha dato un lavoro.
L'ironia non l'ho colta solo io, vero?
È sola, si è accasciata a fumare contro un calorifero e si fissa le dita mentre cerca di contare i secondi, i minuti. Leonard dorme sul lettino operatorio, l'ha ammanettato a una delle barre di metallo e ha iniziato ad accendersi sigarette a ripetizione e a consumarle con la dedizione di un neonato alla tetta materna. Ha tossito, ha bevuto la tequila di Raul e a preso a calci tutto ciò che sa di non riuscire a rompere.
Un sorso, un tiro e un respiro. Si riempie i polmoni con l'odore del disinfettante e dell'ammoniaca che le brucia gli occhi e le spolpa i capillari, contraendole i lineamenti fino a quando tutto esplode.
E allora Dusk ride. Ride fino a torcersi le budella e squassarsi il petto in singhiozzi che nessuno può sentire. Ride fino a lacrimare e ride fino a far torcere il collo ai cani randagi che ancora si azzardano per i vicoli.
E come quegli stessi cani randagi si accoccola vicino al calorifero, rannicchiata in un bomber troppo grande che odora ancora di quella stessa ammoniaca che avvolge la sala sterile.
Te l'ho detto che non sprechiamo mai disinfettante.

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